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lunedì 25 agosto 2014

I Pink Floyd e La Pazzia Di Syd Barrett

Roger Barrett, soprannominato Syd, è stato tra i fondatori della band inglese Pink Floyd, considerata tra le principali esponenti della psichedelia.
Il soprannome Syd gli venne dato in un locale jazz che Barrett frequentava in gioventù, per distinguerlo da un altro avventore abituale, un anziano di nome Sid Barrett; gli altri frequentatori del locale cominciarono a chiamare entrambi Sid, trasformando la "i" in "y" nel caso di Roger.
La sua militanza attiva nel gruppo è durata solo tre anni, dal 1965 al 1968, quando manifestò una grave forma di disagio psichico che lo costrinse a lasciare le scene e a trascorrere il resto della vita in modo ritirato.
Penultimo di cinque fratelli, crebbe in un ambiente domestico amorevole a Cambridge.
Viene descritto dalla sorella Rosemary come un bambino irrequieto, che gridava tutto il tempo, fino al giorno in cui imparò a disegnare, diventando più tranquillo.
Suo padre Max era un medico che dedicò la sua vita al lavoro e la sua morte prematura nel 1961, rappresentò di sicuro un evento traumatico per Syd.


PRIMO ALBUM, L'ABUSO DI LSD E LA PAZZIA
Syd era molto creativo e, oltre a dipingere, iniziò a strimpellare brani Blues con la chitarra acustica, focalizzando la sua attenzione più sul suono che sulla melodia.
Terminati gli studi primari, si iscrisse alla London’s Camberwell School Of Art, dove la sua figura eccentrica e misteriosa conquistò l’attenzione dei compagni e dei professori.
In questo periodo entrò in contatto con Roger Waters (ex compagno di liceo), Nick Mason e Richard Wright, dando vita ai futuri Pink Floyd.
Sin dai primi anni, Syd rappresenta l’ideale di vita hippy degli anni ’60, accostandosi abbastanza rapidamente alle droghe psichedeliche che, in futuro, decreteranno la sua fine.
I ragazzi abbandonarono ben presto gli studi accademici per dedicarsi solo alla musica e dopo un paio d’anni di gavetta firmarono un contratto con la EMI, imponendosi nel panorama avanguardistico e psichedelico underground londinese.
Registrarono negli studi di Abbey Road il loro primo album The Piper At The Gates Of Dawn, che fu un successo, ma rappresentò l’inizio dei problemi per l’artista.
Ad inizio carriera il repertorio dei Floyd era formato da pezzi blues riarrangiati e resi irriconoscibili dalle lunghe improvvisazioni, di cui Barrett era specialista.
Per la scelta del nome della band prese spunto dai suoi due bluesman preferiti: Pink Anderson e Floyd Council.
Tutti i brani erano composti da lui, tranne "Take Up Thy Stethoscope And Walk", di Roger Waters.
Il primo singolo, Arnold Layne, ebbe un enorme successo, anche se alcune radio si rifiutarono di trasmetterlo per via del testo, il cui protagonista aveva come caratteristica l'hobby di collezionare vestiti da donna, tema non di certo usuale negli anni sessanta.


Durante i concerti della band, Barrett era in grado di ipnotizzare il pubblico, come ricorda Pete Brown: "Syd Barrett faceva un incredibile lavoro sul palco. Era estremamente poetico e potevi quasi dire che prendeva vita in quegli spettacoli di luce, "light shows": una creatura dell'immaginazione.
I suoi movimenti parevano orchestrati per armonizzarsi con le luci e sembrava un'estensione naturale, l'elemento umano, di quelle immagini liquide".
Il locale che portò la band al successo fu l'UFO, dove i Pink Floyd riuscivano evidentemente a esprimersi al meglio; qui cominciarono a sperimentare il loro "Light Show", che divenne un elemento fondamentale delle esibizioni live, facendo da perfetta cornice alla loro musica.
Con un ritmo frenetico, mentre lavoravano al primo album, uscì il secondo singolo, See Emily Play, che superò come successo il singolo precedente.
Come molti artisti di quel decennio, anche Syd  fu vittima dell’abuso di LSD.
In quegli anni ci fu un boom di consumo di tale sostanza, con una sottovalutazione delle possibili conseguenze.
In pochi sanno che per un periodo l’LSD fu utilizzato anche in ambito psichiatrico, come “amplificatore” della psicoterapia, in pazienti affetti da disturbi nevrotici e della personalità, per via del suo effetto di potenziare le percezioni e le capacità associative.
Il suo uso venne poi prontamente smesso in quanto tra gli effetti collaterali vi è la comparsa di stati psicotici.
Gli acidi in quel periodo erano inoltre più potenti di quelli di oggi e un trip poteva comportare l’assunzione fino a 250 microgrammi di sostanza.
Le biografie riportano come Syd fosse un grandissimo consumatore di LSD e a questo si aggiungeva il consumo di marijuana, alcol e metaqualone (il famoso Mandrax).
Le testimonianze dei colleghi di Syd evidenziano un quadro psichico davvero preoccupante, che ricorda una psicosi esogena con sintomi confusionali.


GLI EFFETTI DELLA PAZZIA E L'USCITA DAI PINK FLOYD(1968)
Per June Bolan, i campanelli d'allarme iniziarono quando Syd tenne prigioniera in camera la sua ragazza per tre giorni, lasciando occasionalmente scivolare sotto la porta una porzione di biscotti.
Secondo il critico Jonathan Meades, in un'occasione fu compiuto un atto di crudeltà verso Barrett, da parte dei groupies.
Secondo il racconto "Raggiunsi l'appartamento di Barrett per vedere Harry, e sentii questo gran fracasso, come tubi del riscaldamento che vibrano.
Io dissi "Cosa sta succedendo?".
Lui ridacchiò e mi rispose "Questo è Syd che sta avendo un brutto trip. L'abbiamo messo nell'armadio".
Sempre Storm Thorgerson racconta dell'umore estremamente incostante di Syd, dicendo che spesso doveva tirarlo via da Lynsey (la sua ragazza), perché smettesse di colpirla in testa con un mandolino.
Il cantante degli UFO Joe Boyd racconta ad esempio nel 1967 che Syd “mi guardava in modo assente.
Non c’era un guizzo o una luce nei suoi occhi. Come se non ci fosse nessuno in casa”.
Anche sul palco mostrava comportamenti inadeguati, come nel tour americano del 1967, quando suonò con la chitarra completamente scordata e si presentò sul palco dopo essersi versato un intero barattolo di gel per capelli, che si scioglieva come cera sotto le luci di scena.
Il disorientamento spazio-temporale lo portò a salutare un discografico a Los Angeles dicendo di essere contento di trovarsi a Las Vegas.
Uno degli innumerevoli aneddoti riguarda l'ultima sessione di pratica a cui egli partecipò.
Syd presentò ai suoi compagni una nuova canzone, intitolata "Have You Got It, Yet?"
Inizialmente il brano sembrava semplice ma mentre lo provavano, Barrett cominciò a cambiare l'arrangiamento.
Per oltre un'ora Syd continuò a modificare la traccia, a suonarla con i nuovi cambiamenti, e a esclamare "Have you got it, yet?" (L'avete capita, adesso?); fin quando gli altri capirono che si trattava solo dell'ennesimo sfogo del bizzarro umorismo di Barrett.
Successivamente, per rafforzare il successo della prima raccolta, fu pubblicato un singolo con un altro brano di Barrett, "Apples and Oranges", che non compariva in "Piper". Un ulteriore singolo, "Scream thy last scream", sempre di Barrett, già completato, fu giudicato eccessivamente bizzarro dalla casa discografica, che rinunciò alla pubblicazione.
Analoga sorte toccò a "Vegetable Man".
Durante la realizzazione del successivo A Saucerful Of Secrets (1968), Barrett era ormai l'ombra di se stesso e l'unica sua canzone presente nell'album è Jugband Blues, che suona quasi come un imminente addio.
Nella primavera del 1968 Roger Waters tentò senza successo di portare Syd dallo psichiatra R.D. Laing ed in quell’anno il chitarrista venne escluso dalla band e rimpiazzato da David Gilmour.
Dopo aver vissuto senza fissa dimora per circa due anni, Syd fece ritorno nella città natale dove venne ricoverato nell’ospedale psichiatrico di Fulbourne, da cui fu poi seguito ambulatorialmente.
Negli anni successivi non venne mai curato contro la propria volontà ed assunse in certi periodi di maggiore agitazione il neurolettico clorpromazina.
Risale a quel periodo la registrazione, con l’aiuto degli ex compagni della band, dei due album solisti dell’artista The Madcap Laughs (1970) e Barrett (1971).
Riprese col tempo a dipingere e ad ascoltare musica.
Dipingeva con una grande varietà di stili: paesaggi, quadri astratti, nature morte, studi di luce, esercizi sui colori. Sembrava un tipo di attività autoterapeutica, senza un particolare interesse ad esibire le proprie opere. Era infatti solito distruggere i quadri dopo averli dipinti, come se l’interesse fosse più concentrato sul processo creativo che sull’opera finita.
All’inizio degli anni ’80 trascorse un periodo in una residenza psichiatrica a Greenwoods nell’Essex, da cui poi fuggì per tornare a vivere con la madre e la sorella, a cui era legatissimo.
Venne anche ipotizzato che Syd soffrisse della Sindrome di Asperger, un disturbo dello spettro autistico, caratterizzato soprattutto dalla compromissione del funzionamento sociale e relazionale.
Le persone affette da questa malattia possono presentare assenza di empatia, di consapevolezza di sé e possono sviluppare disturbi psichiatrici secondari nell’adolescenza e nell’età adulta.
Questa seconda fase della vita di Syd fu caratterizzata dall’estremo ritiro sociale e dalla forte limitazione nelle relazioni con gli altri, se si escludono alcuni negozianti e il proprio medico di base, che visitava spesso.
L’altra ipotesi diagnostica, forse più probabile, è un disturbo dello spettro schizofrenico, a cui i Pink Floyd dedicarono successivamente l’intero album The Wall (1979), che descrive la tragedia personale ed il progressivo isolamento sociale della rock-star Pink, alter-ego di Roger Waters (Pellizza, 2007).
L’uso massiccio di LSD può aumentare l’insorgenza di psicosi schizofreniformi in soggetti predisposti, cioè con una vulnerabilità congenita.
Dopo la morte, avvenuta nel 2006 per tumore al pancreas, sono stati messi all’asta vari oggetti trovati nella sua casa e tra questi The Oxford Textbook Of Psychiatry, in cui l’artista appuntò alcune pagine relative alla gestione di sindromi organiche da abuso di droghe, alle demenze e alle sindromi paranoiche.
Si può dunque ipotizzare che Syd avesse una consapevolezza di malattia o quanto meno un interesse a tentare di capire da solo i propri disturbi mentali.
Negli anni del ritiro ricevette numerose visite di fans, giornalisti e curiosi, a cui cercò in ogni modo di negarsi, rifiutando di voler parlare di quella che era ormai diventata una vita precedente, quando Roger era ancora per tutti lo psichedelico Syd.

Da possedere tutti, libri fondamentali:
 


LE DEDICHE DEI PINK FLOYD NEGLI ALBUM SUCCESSIVI
Senza Syd, i Pink Floyd cominciarono progressivamente a cambiare il loro stile, divenendo più melodici e orientandosi sempre più verso il Progressive Rock  ma non perdondo mai memoria del loro amico, sia dal vivo sia in studio.
E ogni volta che decidono di pubblicare un lavoro si rifanno a lui, al suo genio, alla sua malattia, ai suoi problemi con la droga, alla sua totale assenza.
The Dark Side Of The Moon ad esempio, l’album che ha definitivamente fatto esplodere i Pink, parla dell’alienazione e della pazzia che essa provoca.
La pazzia nella quale è sprofondato Syd.
Wish You Were Here, che succede a Dark Side, parla di assenza, o meglio di non-presenza, dell’essere in un posto senza esserci, di indifferenza tra le persone.
L’album si apre e si chiude con le due parti di Shine On You Crazy Diamond (splendi pazzo diamante), dichiaratamente dedicata a Syd.
In realtà, anche se non esplicitamente dichiarato, tutto l’album può essere un lungo e continuo pensiero a Syd.
Welcome To The Machine parla di un ragazzo con sogni di fama; è un chitarrista con una personalità fanciullesca, che ama i giocattoli e che viveva nelle tubature.
Have A Cigar parla di un gruppo ai primi contatti con una grossa casa discografica ed il testo è incentrato sul discorso fatto dal manager; il gruppo in questione sono proprio i Pink Floyd, che hanno avuto i primi contatti con la EMI assieme a Syd.
La celeberrima Wish You Were Here invece è il ricordo di un uomo che pensa ad una persona cara ormai lontana, un amico di vecchia data che ha percorso la sua stessa strada (essere un musicista) e ha trovato le sue stesse paure e adesso vorrebbe che fosse là con lui a scrivere canzoni.
E lo sarà anche per The Wall: come lo stesso Waters ammise, la scena nel film in cui Bob Geldof, completamente rasato, siede davanti al televisore mentre una sigaretta gli si spegne tra le dita, era stata ispirata da un episodio reale accaduto a Syd.


Durante il periodo di produzione di Wish You Were Here, per l'esattezza nella fase di presentazione dell'album ad amici e parenti, negli studi storici di Abbey Road, si presentò uno strano personaggio, completamente calvo, grasso e con le sopracciglia rasate, con in mano una busta della spesa, che si aggirava tra i presenti completamente allibiti.
Il primo a riconoscere Syd Barrett in quella figura ormai deturpata dagli abusi della gioventù fu, per ironia della sorte, proprio l'elemento che di Barrett aveva preso il posto, ossia David Gilmour.
Barrett chiese "Bene, quand'è che registro la mia parte di chitarra?".
Ma trovò solo il rifiuto da parte dello stesso Waters che gli rispose: "Mi dispiace, Syd, ma le parti di chitarra sono state già tutte completate".
A quanto pare, Waters non riusci neanche a forzarsi a compiacere Barrett premendo il pulsante di registrazione e quindi cancellando, in un secondo tempo, la sua parte dal master definitivo.
O magari fu tutta la band ad opporsi.
La versione della vicenda raccontata da Heylin però stride fortemente con le testimonianze raccolte da John Edginton, il regista del documentario.
Tutti i membri della band, anche se tra costanti vuoti di memoria e "non ricordo", dichiarano che anche a causa della giovane età (intorno ai 21 anni, all'epoca dei fatti) non avrebbero potuto o saputo fare di più e lui era una scheggia impazzita.
Gilmour sostiene anche: "Eravamo così impegnati in quella fase della nostra carriera che, sì è vero, lo abbiamo abbandonato". Waters e Mason tentarono di farlo visitare da R. D Laing, l'antipsichiatra per eccellenza in quel periodo, ma Syd non oltrepassò mai l'uscio del suo studio.
Così come si percepisce la sincerità di Waters (nella lunga intervista di 55 minuti) quando giustifica l'allontanamento dalla band di Barrett: "Syd non era più funzionale a una rock band perché stava perdendo il contatto con la realtà". Quando poi il regista Edginton sostiene che la forza lirica di Waters ha avuto due poli di attrazione (la perdita del padre e la perdita di Syd), risponde commosso: "L'amicizia d'infanzia e la sua malattia combinate insieme hanno scatenato in me un grande dolore. Shine On You Crazy Diamond esprime la delusione e la passione, celebra Syd nel suo talento e nella sua umanità: esprime tutto l'amore che ho verso di lui".
I compagni lo invitarono in regia ad ascoltare il prodotto della sua assenza.
Dopo aver ascoltato i brani, Barrett disse, sorridendo: "Mi sembra un po' datato, che ne dite?", e uscì così come era arrivato, lasciando Waters e compagni inebetiti e con le lacrime agli occhi.


LAVORI SOLISTI DI SYD
La sua voce torna a farsi sentire quattro anni dopo la pubblicazione di The Piper Of The Gates Of Dawn.
I discografici credono ancora molto in lui e hanno fede in una sua carriera solista.
Nel 1970 escono i suoi unici due album, piccoli capolavori, piccoli contenitori di perle.
Il primo ha un titolo che quasi fa pensare alla triste presa di coscienza della sua malattia mentale e lo fa nel suo stile fanciullesco attingendo ad Alice nel paese delle meraviglie: The Madcap Laughs, Il Cappellaio matto piange.
Disco molto grezzo per quanto riguarda la produzione.
Decisamente grezzo, tra grossolani errori e brani non completamente sviluppati.
E decisamente assurdo.
Il secondo album è intitolato semplicemente Barrett ed è prodotto decisamente meglio dal suo vecchio amico David Gilmour, che compare anche come musicista assieme a Roger Waters e Rick Wright.
E’ l’ultimo capolavoro della mente di un pazzo, e viaggia tra tematiche d’amore e di dolore interiore, condite con l’innocenza della voce del suo autore.
E’ un album totalmente altalenante ed instabile, non segue nessun filo logico e le canzoni sorprendono l’ascoltatore che non può mai predire lo stile del brano successivo.
Segue semplicemente lo stato d’animo instabile del suo autore.
Il trittico iniziale è spiazzante: "Baby Lemonade", "Love Song" e "Dominoes", tre gemme che si stagliano al vertice della produzione barrettiana.
Tre canzoni d'amore, atmosfere in continuo mutare, ora acustiche, un attimo dopo pervase di un'elettricità appena sussurrata, di un saltellare sempre in bilico tra il cadenzato e il felpato, accomunate da quel mood dal sapore psichedelico, vero e proprio marchio di fabbrica del nostro.
"It Is Obvious", recita la traccia successiva, ma di ovvio non v'è davvero nulla: il canto di Barrett è stralunato, i versi cominciano a perdere definitivamente la via della ragione, la melodia si fa altalenante. E' il ponte che ci conduce verso la parentesi più folle del disco: i due strampalati pezzi blues "Rats" e "Maisie", seppur costruiti su un tessuto ritmico tanto trito e ritrito quanto caro a Barrett, brillano di luce propria per la loro stranezza, la loro diversità dal resto dell'album. Se in "Rats", l'incedere è ossessivo, in "Maisie" tutto si placa, con Syd che sembra addirittura voler giocare, insolitamente, a far la voce grossa.
Giunge poi il momento di "Gigolo Aunt", forse la canzone meglio "smussata" dell'intero album, che resta purtroppo anche l'unica al quale lo stesso Barrett partecipò anche in fase di registrazione definitiva. Caratterizzata da un basso incalzante, sul quale vanno a inserirsi efficaci ricami di chitarra elettrica e organo, strappa più di un sorriso per il testo bizzarro e ironico ("Perché so chi sei, sei una zia gigolo").


Se la leggenda vuole che esse siano il prodotto di un Barrett perennemente sconvolto e tenuto in piedi dai session men che lo accompagnavano, c'è però un'intenzionalità nel non-finito di queste canzoni che anticipa tutta l'evoluzione dell'antiestetica del Post-Rock contemporaneo (con una linea che unisce periodi e autori diversi, dai Fall fino ai Wilco, dai Pavement fino alle varie impersonificazioni di Lou Barlow). Tutto ciò però con una differenza: mentre i cantanti attuali sono consciamente non rifiniti (rischiando quindi di ridurre l'anti-estetica a una nuova estetica), Barrett era genuinamente spontaneo nella sua esplorazione dello spaesamento. Ci vorranno infatti decenni perché i due dischi siano digeriti: la critica dell'epoca li liquida come inconcludenti abbozzi o come forme di cannibalismo della produzione sull’opera di un autore considerato finito.
Tuttavia convinti di una sua brillante e duratura carriera come solista, i manager fanno pressione su Syd per una nuova avventura in quel di Abbey Road, dalla quale trarre un altro disco di successo.
"Ho solo 24 anni, sono ancora giovane, c'è tempo" sosteneva Barrett, manifestando una certa ritrosia a ritornare in studio a lavorare.
In effetti le sessioni di registrazione del suo primo lavoro solista erano state tutt'altro che una passeggiata:
"Prendeva continuamente Mandrax.
Era così sconvolto che durante quelle sedute la sua mano scivolava sulle corde, mentre lui cadeva dalla sedia" ricorda Storm Thorgerson, amico d'infanzia di Syd, nonché celebre autore di copertine rock per lo studio Hipgnosis.

"Non penso che quando parlo sia facile comprendermi. Ho qualcosa che non va in testa. 
E comunque non sono nulla di ciò che pensate io sia." 


LA SCOMPARSA DALLA SCENA MUSICALE E LA MORTE
Come se volesse salutare i suoi fans nel modo più assurdo che potesse concepire, Syd si ritira totalmente dalla scena musicale dopo l’ultima nota di Effervescing Elephan (ultma canzone di Barrett).
Sparisce del tutto, nessuno sa più nulla di lui, forse nemmeno i suoi ex-compagni di band.
Il materiale per il suo terzo lavoro musicale mai uscito, insieme ad altro materiale scartato ed ad alcuni bootleg, è stato pubblicato nel 1988 col titolo Opel.
Si trasferisce nella casa di sua madre a Cambridge e là rimane per i successivi 36 anni.
E’ malato, gli acidi gli hanno provocato seri problemi cerebrali.
Entra ed esce dai centri di cura mentale, per molti anni.
Su di lui si dicono tante cose.
Si dice che viva come un recluso, che non sia più in grado di intendere e di volere, e forse è vero a giudicare dalle varie dicerie più o meno ufficiali.
Negli ultimi anni, l'ex leader dei Pink Floyd si faceva chiamare semplicemente Roger e continuò a vivere a Cambridge, ormai solo, in seguito alla morte della madre, isolato da tutto quello che in qualche maniera poteva ricordargli il passato.
Coltivava la sua passione per la pittura, dipingendo secondo uno stile prevalentemente astratto, e si dedicava al giardinaggio.
Non aveva nessuna voglia di ricordare i suoi trascorsi di musicista e i suoi vecchi compagni non lo contattavano più; voleva solo essere lasciato in pace.
Pare che la EMI negli anni ’80 abbia deciso di contattarlo per offrirgli una grossa somma di denaro, con la quale avrebbe registrato tutto quello che avrebbe voluto.
Avrebbero pubblicato qualunque cosa avesse registrato, sicuri di vendere anche soltanto sul suo nome.
Pare sia stata la sua famiglia, non lui, a rifiutare l’offerta, quindi probabilmente non era effettivamente in grado di prendere una decisione.
Le persone che hanno avuto contatti con lui, i familiari e qualche fan, dicono invece che no, non viveva come un recluso ma semplicemente come un normale vecchio malato di diabete, semplicemente è uscito di colpo dalla scena pubblica e non vi ha mai più messo piede.
L’antologia Wouldn't You Miss Me esce nel 2001, a distanza di più di dieci anni dalle outtake di Opel e a otto dal cofanetto finale Crazy Diamond.
E' la prima raccolta a comprendere in un solo cd il meglio della geniale carriera solista dell'ex Pink Floyd. Brani come “Octopus”, “Terrapin”, “Golden Hair” riescono a suonare ancora attuali, malgrado possano sembrare a tratti paradossali, quasi naif. E capolavori come “Effervescing Elephants” o “Baby Lemonade” conservano intatta tutta la loro luce anche a distanza di trent’anni. Nel viaggio lisergico di Syd, c’è sempre molta ironia, un’ironia sottile che sembra a tratti trasfigurarsi in un ghigno sardonico, ma che nasconde un senso di desolazione, di sconfitta. E’ la sommessa rassegnazione che si intravede tra le note di pezzi come “Waving My Arms In The Hair”, “Wolfpack”, “Long Gone”.
Ventidue tracce in più di settanta minuti di musica, tutte remasterizzate in modo accurato, sono un bilancio sufficiente, se non esaustivo, della sua carriera. Ma per i fan c’è anche una vera chicca, un inedito assoluto: “Bob Dylan Blues”.
E’ un folk-blues inciso su nastro nel 1970, in cui Syd gioca a interpretare Dylan in tutto.
Una sorta di parodia a rima quasi baciata sulle caratteristiche più o meno piacevoli del cantautore americano.
Un piccolo gioiello che contribusice ad accrescere i rimpianti per quello che Barrett avrebbe ancora potuto dare al mondo della musica.
Non resta che condividere, perciò, quanto scrive Graham Coxon nelle note dell’album: "Mi piace immaginarlo felice mentre dipinge o passeggia nel parco.
Non è lui ad aver perso il contatto col circo del pop”.

Syd esce definitivamente di scena il 7 Luglio 2006 a Cambridge per complicazioni del diabete, a 60 anni di età.
Il giorno dopo, Roger Waters, durante il concerto tenutosi a Lucca, ha dedicato all'amico appena scomparso Wish You Were Here, facendo apparire immagini dei primi Pink Floyd sul maxi schermo posto dietro al palco.

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