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giovedì 13 novembre 2014

La Storia Dei Bathory e La Morte Di Quorthon

Parlare di Tomas Borje Forsberg alias Quorthon non è semplice.
A parte quanto fatto con la sua band ovvero i Bathory e la sua data di nascita (il 17 febbraio del 1966) non si sa molto altro di lui, tanto è l'alone di mistero e di oscurità, da lui stesso alimentato, che lo avvolse.
Come detto della sua infanzia e della sua famiglia si conosce veramente poco e lo stesso nome di battesimo è a tutt'oggi motivo di controversia.
È noto come la stessa denominazione Ace Börje, nonostante pare che fosse uno pseudonimo.
È probabile che il suo nome all'anagrafe fosse Thomas, anche se durante la sua carriera rifiutò di essere chiamato così, replicando spesso che il suo nome era Runka Snorkråka, Pär Vers, Fjärt Bengrot, Folke Ostkuksgrissla o Fnoret, tutti pseudonimi da lui coniati e dal significato fortemente ironico.
In un'intervista del 1989 ha dichiarato che il significato dello pseudonimo Quorthon è più o meno “dark demon for a dark princess”.
Ben più importante è il fatto che questo personaggio fu il fondatore, colui che scrisse i testi e il polistrumentista di una delle più originali e influenti band che il metal abbia mai conosciuto: i Bathory.
La band viene fondata nel 1983, prendendo il nome dalla temibile contessa Elizabeth Bathory.
Quorthon nei primi anni assume, in sede di registrazione, batteristi anonimi e che per questo motivo la band non si esibisce live, contribuendo non poco ad accrescere il mistero che nella scena underground circolava attorno al suo progetto.
I Bathory è forse in assoluto la prima band a realizzare, concettualmente (tramite l'anticristianesimo ) e tecnicamente (con l'assenza assoluta di tecnicismo) il Black Metal come genere.
Del resto lo screaming(poi portato maggiormente alla ribalta dalle band norvegesi) lo si deve proprio a loro e agli inglesi Venom.


DISCHI
I primi due dischi, sono più che altro un Thrash depravato e oscuro, con tematiche sataniche e apocalittiche, qualcosa di talmente malvagio e inaudito, perfino in campo metal, da non essere nemmeno trasmesso.
E' invece solo con il terzo album che l'apporto rivoluzionario della band prende forma.
Ispirandosi a Venom e Slayer, ma spingendosi anche oltre, in termini di minimalismo ed estremismo sonoro, Bathory dà alle stampe il suo primo disco, Bathory appunto: ed è un disco violentissimo ed estremo per i tempi.
Questo primo lp rimane una pietra miliare di rozzezza e odio in musica.
Dopo solamente un anno Bathory ritorna con l'album The Return... nel complesso ci troviamo di fronte a uno dei migliori album Thrash di quegli anni.
Eppure sotto la coltre di bestemmie e di suoni impastati, è possibile cogliere, nei solchi di questo disco, addirittura delle melodie e dei riff orecchiabili, come nella Motorhead-iana "Bestial Lust".
Sebbene questo secondo lavoro non sia ancora il disco della maturità definitiva per Bathory, è un capitolo necessario per la formazione del suo stile e, questa volta, è dotato di una ben maggiore coerenza musicale, che lo rende un ulteriore passo verso il black-metal vero e proprio.
La tanto attesa svolta metal è finalmente raggiunta ben due anni dopo, con quello che a ragione è considerato uno degli album più importanti degli anni 80: Under The Sign Of The Black Mark.
Già dalla copertina è evidente che qualcosa è cambiato: un sinistro caprone.
Parallelamente, i suoni si fanno più pieni, distinti e taglienti, rispetto alla rozzezza degli esordi e la vena compositiva è in generale più creativa.
Solamente negli anni 90 e in Norvegia, si proseguirà quanto dettato da questo capolavoro.
L'intro "Nocturnal Obeisance"(01:28), altro non è che un capolavoro di suspence: fa gelare il sangue nelle vene e disorienta prima di "Massacre"(02:39).
"Woman Of Dark Desires"(04:06), dedicato alla contessa Bathory omaggia i Venom, "Call From The Grave"(04:53), claustrofobico come pochi altri brani sin dall'intro, "Equimanthorn"(03:42), dapprima solo un rantolo della chitarra nel buio, esplode e colpisce senza requie: ci troviamo di fronte a uno dei brani più estremi del disco, annichilente ancora oggi.
"Enter The Eternal Fire"(06:57) è una marcia sfiancante fra le tenebre e le fiamme dell'Orco, tanto era selvaggia e indemoniata la traccia precedente, quanto questa è straziante ed epica (grazie anche ai magistrali e sinistri suoni di sottofondo), simbolo dell'irresistibile e ipnotico fascino dell'abisso che rotea, riflesso dagli occhi di un dannato che altri non è che Quorthon stesso.
Se il disco Under The Sign Of the Black Mark Quorthon inventa tutto un nuovo modo di suonare e raggiunge la piena maturità musicale, bisognerà attendere i seguenti dischi per un'ideologia coerente.
Blood Fire Death del 1988 p diviso fra le asprezze Black della prima fase, ma corredato dai toni epici che via via si insinueranno sempre di più nel sound di Bathory.
L'intro non è un semplice brano d'atmosfera, di quelli che spesso si rivelano inutili nell'economia del disco: "Odens Ride Over Nordland" (3:00), oltre a richiamare la storica copertina, è davvero un pezzo evocativo come pochi, fra cori vichinghi (questo infatti è il primo, nuovo elemento introdotto dall'album, che caratterizzerà per sempre il suono di Bathory), rumore di zoccoli, il tutto senza mai eccedere, amministrato con raffinatezza; ed è questo il tratto caratteristico, dell'èpos di Bathory, mai pacchiano o ridondante, sempre calcolato, temperato dal minimalismo.
L'inizio acustico e atmosferico ci guida direttamente al secondo pezzo, "A Fine Day To Die" (8:36), dove finalmente ci si rende conto di quanto sia cambiato non tanto il modo di suonare di Bathory, ma ciò che è effettivamente suonato. Più che sulla velocità straziante dei precedenti album, questo conta, al fine di annichilire l'ascoltatore, sulla maestosa potenza wagneriana. Oltre otto minuti che non riescono ad annoiare, in quanto si basano su un crescendo che stimola un effetto di "pathos" bellico ineguagliabile, per calmarsi più volte in pause acustiche e ripartire più forte di prima.
La batteria che introduce il terzo pezzo "The Golden Walls Of Heaven" (5:23), è una delle più barbariche e affascinanti esperienze che la musica rock avesse sentito sino a quel momento; Quorthon che bercia sguaiatamente e le sfuriate chitarristiche, tutte anti-tecniche.
"Pace 'Till Death"(3:40), più simile al thrash sia nella forma che nei contenuti(l'esaltazione maniaca della velocità), potrebbe essere un pezzo di hard-rock modellato su tempi ipercinetici e cantato con una voce black-metal: anche qui lo sperimentalismo è dispensato a piene mani.
Il successivo "Holocaust" (3:26) è uno dei pezzi più legati al vecchio periodo della band, e, pur essendo irresistibile nel suo paradossale conto alla rovescia per la distruzione.
In "For All Those Who Died" (4:57), ancora una volta epicità e minimalismo si sprecano: il cantato di Quorthon è squarciante più che mai, eppure incredibilmente scorato nel pronunciare il titolo del pezzo, sino al macello perpetrato ai danni dell'ascoltatore attorno al quarto minuto di ascolto.
"Dies Irae" (5:12) si divide in due parti: la prima costituisce uno degli episodi più estremi del lavoro, la seconda è più cadenzata e perentoria, tutta volta a spianare la strada al brano successivo: "Blood Fire Death" (10:30).
Questo pezzo, oltre ad essere il punto di contatto ideale di ogni stilema del gruppo, di cui è probabilmente il capolavoro, rappresenta la "summa" dell'ideologia "quorthoniana" stessa.
Hammerheart (1990) è un disco che è ormai entrato nell'immaginario collettivo dei cultori del metal nordico perché, oltre a portare lo stendardo di alti valori simbolici, rappresenta, musicalmente, la determinante evoluzione del suono dei Bathory, una decisiva virata verso sonorità più cadenzate, epiche, dai toni più fieri e malinconici che perversi ed efferati.
Inoltre, ci troviamo di fronte a un concept-album, che narra della cristianizzazione dei popoli scandinavi, terminata solamente attorno al secolo XI, ma che, a quanto pare, non riuscì mai a estirpare del tutto dagli animi determinate credenze fortemente radicate nella cultura e nella vita quotidiana di quei popoli.
Con "Shores in Flames" si comprende immediatamente, dall'intro affidata alle onde del mare, in che misura siano cambiate le cose: innanzitutto le composizioni sono molto lunghe ed articolate rispetto ai deliri blasfemi dei primi dischi.
Infine, la voce di Quorthon vira verso una modalità di canto relativamente più "pulita" (relativamente perché dal bercio malefico dei dischi "black" si è passati all'urlo messianico del bardo delle terre del Nord), scarna tecnicamente, ma, come tutta la musica di Bathory, capace di trasmettere sensazioni davvero uniche. "Valhalla" è un altro monolite fatto su misura per un'invocazione su una scogliera o su una montagna, il confronto fra l'uomo e il divino, con lo scenario delle forze della Natura.
"Baptised In Fire And Ice", per quanto colossale e priva di compromessi, riesce a essere anthemica, forte di ritmiche battagliere e un chorus irresistibile.
"Song To Hall Up High" è invece una ballad-invocazione, che fuga ogni dubbio sulla sincerità della musica e dei testi di Quorthon, tale è la passione declamatoria che la contraddistingue.
"Home Of Once Brave" è un'ultima rievocazione, che si spegne lentamente nella tragedia della sconfitta, che appare chiara solo nella traccia seguente: "One Road To Asa Bay"(10:24).
E' divenuto giustamente il pezzo più celebre di Bathory, grazie anche all'ottimo video realizzato, ma soprattutto perché è un brano assolutamente irripetibile in termini di "pathos" e profondità, sia di musica che di testi.
E' inoltre il pezzo più sofferto e malinconico mai interpretato da Quorthon.
Twilight Of The Gods del 1991 porta a definitiva maturazione il percorso musicale dei Bathory: già dal titolo dell'album si intuiscono le influenze e i coraggiosi obiettivi che Quorthon si propone di realizzare: "Il Crepuscolo degli Dei" (il "Ragnarokkr" dell'escatologia scandinava) era infatti anche il terzo giorno dell'opera di Wagner, "L'anello del Nibelungo".
L'alto traguardo raggiunto da questo album è appunto quello di realizzare compiutamente il folk nordico con reminescenze derivate dalla musica classica.
Ne risulta un disco dai toni estremamente patetici e nostalgici, atmosfere evocative e tempi ulteriormente dilatati.
Ancora un filone molto sfruttato negli anni 90 e tutt'oggi, da band come Ulver, Vintersorg, Storm, talora con risultati ottimi, talaltra con esiti quantomeno risibili, risulta essere un prodotto di Bathory.
"Prologue/Twilight of the Gods/Epilogue" (14:02) è la mastodontica suite che apre l'album: la nostalgia con cui Quorthon si scaglia contro la stortura e la corruzione dei tempi moderni è uno specchio della musica, che parte da un arpeggio che si dipana lentamente fino a esplodere nell'acme vocale e nell'assolo chitarristico.
"Through Blood By Thunder" (6:15) è un tripudio di cori vichinghi la cui coralità riesce a fondere il tono dell'invocazione religiosa con quello guerresco.
 "Hammerheart", è il testamento spirituale (e reale, potremmo tristemente aggiungere) di Quorthon.
E' un vero e proprio inno, inteso nel senso di musica di un popolo, interpretata attraverso gli strumenti della classica (la melodia è una libera interpretazione del quarto movimento, "Jupiter" dei "Pianeti", del compositore Holst), un inno a quella "Nordland" a cui Quorthon ha dedicato il concept della seconda parte del suo itinerario musicale. Scandita da una delle sue migliori prove canore, porta la firma, nel finale, della chitarra elettrica, a collegare antico e moderno in una suprema atemporalità.
Dopo questa impressionante sequela, Quorthon è vittima di un notevole calo di ispirazione, non tanto a causa della mancanza di idee, quanto per la difficoltà di convogliare queste idee in uno stile che ormai non si addice più alla sua personalità e alle sue convinzioni.
Sforna di seguito due dischi di Thrash/Black che appaiono soltanto come un patetico riciclaggio: Requiem (1994) e Octagon (1995).
Nel 1996 esce il buon Blood On Ice, raccolta di splendidi brani inediti incisi negli ultimi anni 80 (quindi prima della svolta-Hammerheart) e ri-registrati.
Musicalmente l'album non è rivoluzionario, ma, al di là dell'alta qualità complessiva, è uno dei più importanti per comprendere l'evoluzione del sound di Bathory fra il 1988 e il 1990.
Nordland I (2002) e Nordland II (2003) sono il punto di arrivo del suono di Bathory: i pezzi sono lunghissimi, evocativi, nostalgici di un tempo ormai andato e in cui Quorthon decide di rifugiarsi artisticamente e mentalmente, ancora più che in passato, contro un mondo che sembra fare di tutto per disorientare e negare i pochi punti di riferimento a cui egli si aggrappa, le illusioni, dalla natura all'arte, in cui questo eterno sognatore si rifugia.


LA MORTE DI QUORTHON
La morte di Quorthon, giunge improvvisa, per un attacco di cuore, il 7 luglio del 2004(anche se in realtà secondo l'autopsia sarebbe morto qualche giorno prima) e sconvolge un'intera realtà musicale che tre anni prima aveva dato l'ultimo saluto al padre del Death (Chuck Schuldiner).
“Apprendere della morte di Quorthon è stato triste. Appena 39 anni…ricordo che i Bathory entusiasmarono Frost e me fin dall’inizio sono stati di fatto la prima band black metal che io abbia ascoltato, sarà stato l’86 o l’87. Da allora in poi sono sempre stato un grande fan di Quorthon, e la sua opera ha influenzato tutto ciò che ho fatto fino ad oggi.”

Poche le parole di Satyr Wongraven per la morte di Thomas Forsberg.
Poche come sono anche le cose da dire su chi ci lascia così giovane per un infarto.
Il Black Metal ha avuto sempre un rapporto strano con la morte, omaggiata in tutte le sue forme e fogge in ogni disco true evil che si rispetti: c’è chi ha fatto foto ai cadaveri dei propri amici morti, c’è chi è andato a dire in giro che questi amici si sono ammazzati per colpa della scena “che non è più true come una volta”. C’è chi ha detto di aver mangiato pezzi del cervello di questi amici e poi ci è rimasto per una triste storia di debiti e gelosie. C’è chi post mortem è stato coronato re e protettore di tutti i blacksters - chissà se non avrebbe preferito morire nel suo letto e risparmiarsi tanta gloria. C’è chi ha deciso di farla finita di propria volontà, e qui l’elenco sarebbe più lungo, ma sono poche le persone che se ne sono andate serenamente, in modo più o meno triste e assurdo, nel proprio letto.

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